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Andrologia, infertilità maschile, sessuologia
- Giovanni M. Colpi
Linee guida su: "Deficit d'erezione e mielolesi"
G.M. Colpi, F.I. Scroppo, V. Marchesi
Riv. It. Biol. Med., 19, 173-177, 1999
Si calcola che in Italia esistano 80.000 persone mielolese, mentre negli
Stati Uniti questo numero supera le 300.000 unità con un incidenza di 7.500
nuovi casi/anno.
Per l'80% si tratta di maschi in giovane età. E' da molti anni noto che
disturbi erettivi sono denunciati da un'elevata percentuale di mielolesi.
Oggi il trattamento della disfunzione sessuale è da considerare parte integrante
della riabilitazione del paziente mieloleso, il tutto comunque nell'ambito
di un approccio multidisciplinare (Smith & Bodner, 1993).
Il rilassamento della muscolatura liscia delle arterie cavernose, del tessuto
erettile e del corpo spongioso che induce l’erezione risulta dall'attivazione
del sistema parasimpatico e dalla simultanea inibizione del simpatico. La
risposta del parasimpatico è attivata dalla stimolazione periferica e l'erezione
riflessa è mediata da un circuito intraspinale. Informazioni integrate o
in origine da strutture sovraspinali possono inoltre elicitare un’erezione
psicogena. Ne consegue che la lesione spinale può alterare sia l'erezione
riflessa che quella di origine centrale (Rampin et al, 1997) ed il grado
della disfunzione sessuale varia in relazione al livello lesionale ed alla
completezza della lesione. Nelle lesioni superiori a T10-T12 una risposta
del pene ad uno stimolo reflessogenico è presente in percentuali elevatissime
che sfiorano il 100% secondo taluni Autori (Courtois et al., 1993). Viceversa
un danno ai segmenti sacrali del midollo annulla le possibilità di raggiungere
un'erezione riflessa, mentre un’erezione psicogena è possibile qualora il
livello lesionale sia caudale a T12 soprattutto se la sensibilità testicolare
è normale come avviene nelle lesioni incomplete (Chapelle et al.,1980).
Diagnosi
La riabilitazione sessuale dovrebbe iniziare con una anamnesi accurata
della funzione sessuale sia precedente alla lesione che residua, con una
valutazione della funzione vescicale e delle altre funzioni viscerali e
con un esame neurologico basale del livello di lesione, e quindi della sensibilità
genitale, dei riflessi perineali e del riflesso bulbo-cavernoso (Courtois
et al., 1995). Va sondata la eventuale presenza di erezioni riflesse, a
volte prolungate, verificatesi in fase acuta.
Una consulenza psicosessuologica sarebbe utile per meglio definire con il
paziente le sue aspettative e necessità sessuali in funzione degli aspetti
emotivi, educativi, culturali e dello status relazionale.
Tale consulenza, in considerazione delle caratteristiche di insorgenza del
danno midollare dovrebbe riguardare, almeno nelle situazioni di coppia consolidata,
anche il partner. Essa ha infatti lo scopo di verificare l'impatto della
tecnica riabilitativa individuata e il vissuto della espressione della sessualità
all'interno della coppia. Non può infatti sfuggire come la "metodica" determini
la relazione col partner, ma a sua volta la relazione determina la scelta
della metodica.
L'impiego di indagini strumentali finalizzate a discriminare la componente
psicogena, che avrebbe comunque un’ incidenza pari al 10% dei pazienti mielolesi
con deficit erettivo, da quella organica è controverso (Tay et al., 1996).
Un NPT normale è indicativo dell'integrità delle efferenze cortico-spinali,
ma un test abnorme è spesso povero di significato (Broderick et al., 1998).
Le risposte simpatiche cutanee (SSR) evocate dalla stimolazione del nervo
mediano e registrate ai piedi e ai genitali valutano l'attività simpatica
risultante dall'innervazione toraco-lombare, necessaria per l'erezione psicogena
(Courtois et al., 1998). Lo studio dei potenziali evocati somatosensoriali
da stimolazione del nervo dorsale del pene (SSEP-DN) e del riflesso bulbo-cavernoso
sono finalizzati a valutare per via indiretta l'integrità, o meno, dell'arco
sacrale dell'erezione nella sua componente autonomica, ed hanno una qualche
indicazione nelle lesioni incomplete.
Terapia
Si articola nella identificazione di tecniche in grado di evocare una
erezione rigida, nell’ambito di una vera e propria riabilitazione psicosessuologica
del paziente. La terapia del deficit erettivo secondario a mielolesione
ha subíto negli ultimi anni profondi cambiamenti.
Pazienti con lesioni complete superiori a T10-T12 hanno caratteristicamente
erezioni riflesse molto valide: la loro attivazione ad opera di stimolazioni
del pene autologhe o eterologhe in genere permette al paziente una penetrazione
vaginale aiutata.
In tutti gli altri casi vi è in genere un deficit erettivo che deve essere
trattato.
L’impianto protesico, che ebbe discreta diffusione all'inizio degli anni
'80, allora finalizzato anche al trattamento della incontinenza urinaria
da vescica neurologica (Kimoto & Ivatsubo, 1994), è oggi raramente indicato
(Smith & Bodner, 1993), sia per la possibilità di trattamenti efficaci meno
invasivi, sia per il più elevato rischio di complicanze (infezioni e estrusioni)
rispetto alla popolazione generale (9% vs 1%) (Wilson & Delk, 1995).
L'uso di autoiniezioni endocavernose a basso dosaggio è in grado di garantire
un'erezione sufficiente al rapporto sessuale nella maggior parte dei pazienti,
utilizzando farmaci tradizionali quali papaverina, prostaglandina E1, fentolamina,
ed in futuro forse altri farmaci (VIP, ecc.). La qualità e la durata dell'erezione
ottenuta con farmaci vaso-attivi è notevolmente maggiore nel mieloleso con
integrità del sistema vascolare (Lloyd & Richards, 1989) e ciò in relazione
all'assente o ridotto input di efferenze inibitorie dai centri sovraspinali
(William & William, 1988). Pertanto va usata una estrema cautela nell'esecuzione
dei primi tests, ricorrendo ad una posologia ridotta a cui va abbinata una
estrema attenzione nel seguire il paziente fino a che il pene non sia ritornato
in stato di completa e permanente flaccidità. Purtroppo capita infatti ancora
di osservare qualche paziente che ha sviluppato una fibrosi massiva dei
corpi cavernosi secondaria a priapismo trattato altrove troppo tardivamente.
Usando papaverina la dose iniziale consigliabile è di 3 mg: infatti una
dose pari od inferiore ai 12 mg risulta efficace nel 56% dei pazienti senza
correlazione con il livello e il tipo di lesione (Yarkony et al., 1995).
Usando PgE1 la dose iniziale consigliabile è di 2,5 mcg, da incrementare
progressivamente di altri 2,5 mcg fino a raggiungere la dose ottimale (in
media: 6,2 mcg) (Hirsch et al., 1994) (chi scrive ha comunque osservato
un’erezione prolungata (oltre tre ore) in un soggetto affetto da sclerosi
multipla verificatasi con solo 1,5 mcg di PgE1).
Taluni Autori suggeriscono associazioni di farmaci (papaverina, fentolamina
e PgE1) sfruttandone l' effetto sinergico (Chao & Clowees, 1994), con l’intento
di limitare sia gli effetti collaterali quali priapismo e fibrosi, sia i
costi: ciò ad per altri Autori sembra superfluo, per la già elevata efficacia
di dosi limitate dei singoli farmaci nella maggior parte dei pazienti. Uno
studio multicentrico effettuato negli U.S.A. evidenziava come il 74% dei
mielolesi in trattamento con autoiniezioni endocavernose usasse solo papaverina,
il 20% papaverina e fentolamina, e solo il 5% PgE1 (Watanabe et al., 1996).
Recentemente è stata segnalata per pazienti mielolesi non responders anche
ad associazioni ad alto dosaggio dei precedenti farmaci, l'efficacia del
V.I.P. (25 mcg) associato a fentolamina (1-2 mg) (Dinsmore & Alderice, 1998).
Le complicanze immediate del trattamento con autoiniezioni non differiscono
da quelle degli impotenti non mielolesi (priapismo, ematomi, uretrorragia),
mentre una complicanza tardiva è costituita dalla formazione di fibrosi
peniena (7-15% dei casi). Per le autoiniezioni resta comunque elevato il
drop out (fino al 53%) (Bodner et al., 1992).
Proprio il fenomeno del drop out ha spinto clinici e ricercatori verso lo
sviluppo e lo studio di soluzioni alternative. L'impiego dei dispositivi
ex vacuo sarebbe efficace nel ripristinare un'erezione sufficiente alla
penetrazione in più del 90% dei casi (Lloyd et al., 1989): ma dopo un uso
protratto per almeno 6 mesi viene frequentemente riferito dai pazienti deficit
di mantenimento dell'erezione durante il rapporto, con una netta disaffezione
allo strumento (solo il 41% rimangono soddisfatti) (Denil et al., 1996).
L'esperienza italiana con i dispositivi ex vacuo non sembra altrettanto
felice quanto quella degli Autori anglosassoni soprattutto per quanto riguarda
l'accettabilità, probabilmente per motivazioni culturali sessuali. Si raccomanda
cautela nell'impiego dello strumento, per le possibili complicanze favorite
dal deficit sensitivo: più comunemente sono state rilevate petecchie, edemi
ed ematomi, ma sono stati anche segnalati due casi di emorragie peniene
in pazienti in trattamento con anticoagulanti ed un caso di gangrena del
pene (Rivas & Chancellor, 1994).
Terapie con gel topici a base di papaverina (Kim et al., 1995) o di PgE1
(Kim & Mc Vary, 1995) come pure l'impiego di nitroglicerina transdermica
(Renganathan et. al., 1997) hanno dato risultati non soddisfacenti, e sembrano
pertanto da evitare.
Migliori sono i risultati impiegando alprostadil per via endouretrale a
dosi crescenti a partire da 125 mcg: il farmaco è efficace più spesso a
dosi più elevate (fino a 1000 mcg), anche se l'erezione è di solito meno
rigida e soddisfacente di quanto ottenuto con le auto-iniezioni endocavernose.
Effetto collaterale frequente è la comparsa di ipotensione: è raccomandabile
utilizzare un laccio alla radice del pene per rallentare la diffusione sistemica
del farmaco se usato a dosi elevate (Bodner et al., 1999).
Più di recente è stato proposto il sildenafil anche per le disfunzione erettiva
del mieloleso (Derry et al., 1998). Su 27 pazienti con lesione tra T6 e
L5 e con persistenza di erezioni riflesse, anche se incomplete, si è ottenuto
un miglioramento dell'erezione preesistente nel 75% dei casi con sildenafil
50 mg pre-rapporto. La casa produttrice del farmaco ha pubblicizzato dati
che porterebbero all'83% la percentuale dei mielolesi in grado di ottenere
un miglioramento dei rapporti sessuali dopo assunzione di sildenafil. E'
auspicabile un approfondimento dei possibili effetti collaterali del farmaco
nei soggetti mielolesi, che potrebbero differire quali-quantitativamente
rispetto alla popolazione generale. Fino ad allora potrebbe essere prudente
la prima somministrazione di sildenafil in ambiente ospedaliero, previa
esecuzione di un ECG, e con monitoraggio della pressione arteriosa.
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Redattore: Aldo Campana,
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